Omelia S.E. Mons. Mario Russotto

L'omelia di S.E. Mons. Mario Russotto ai funerali di Padre Vincenzo Sorce:

Esequie del Sac. Vincenzo Sorce

Omelia del Vescovo di Caltanissetta

S.E. Mons. Mario Russotto

Caltanissetta – Cattedrale, 7 marzo 2019

 

Eminentissimi Signori Cardinali, Eccellentissimi fratelli nell’episcopato, presbiteri, diaconi, gentili Autorità e tutti voi fratelli e sorelle qui convenuti, ci raccogliamo in preghiera per accompagnare il nostro fratello Don Vincenzo Sorce fra le braccia del Padre delle misericordie.

E invochiamo grazia e misericordia per noi, perché possiamo imitare i suoi buoni esempi e possiamo essere coerenti con la fede che professiamo.

 

  1. Vivere e morire per Dio

 

«Nessuno vive per se stesso e nessuno muore per se stesso. Se noi viviamo, viviamo per il Signore. Se noi moriamo, moriamo per il Signore». Queste parole di San Paolo, che abbiamo ascoltato dalla Lettera ai Romani, dicono il senso e anche la finalità del nostro vivere e morire.

 

A volte possiamo vivere per degli ideali, possiamo vivere e trovare la forza di vivere per delle cause più o meno giuste, possiamo vivere per la famiglia, si può vivere per i figli, si può vivere per costruire un mondo migliore, ma il credente sa che lo scopo ultimo della vita, che ne è anche la causa, è Dio.

 

Il quarto vangelo comincia con una domanda di Gesù, e sono le sue prime parole: «Che cosa cercate?»; e si conclude con un altro interrogativo di Gesù: «Chi cerchi?». Così il cammino dei discepoli passa dal “che cosa” al “chi”, e comprendono i discepoli che bisogna vivere per Dio e che bisogna morire per Dio. In modo da fare della vita un’offerta quasi sacrificale, una immolazione consegnata a Dio per amore. Perché gli possiamo assomigliare nell’amore in quell’ultima estrema consegna che è il nostro respiro d’amore dato a Lui, il nostro spirito dato a Lui, amato cercato voluto servito, durante la nostra breve o lunga vita, nei fratelli.

 

«Noi viviamo e moriamo per il Signore»: allora anche la morte acquista un senso. La morte non è la fine di tutto, ma un nuovo inizio. È l’impatto con la finitudine e il limite della nostra terrena esistenza, ma diventa ianua coeli, porta del cielo della Vita che non ha più tramonto.

 

E noi saremo quello che avremo cercato di essere durante questa vita. E noi godremo quell’amore che abbiamo cercato di vivere e condividere con i fratelli in questa vita. Perché, come ha scritto San Giovanni della Croce, «alla fine della nostra vita saremo giudicati sull’amore».

 

Per questo Gesù ci ha già presentato il tema dell’esame finale: avevo fame, avevo sete, ero nudo, malato, straniero, prigioniero, e tu mi hai amato, ti sei preso cura di me, perché quello che hai fatto a uno di questi fratelli lo hai fatto a me. E dunque è sempre per Lui che si vive e si spende la vita!

 

Questo esame ci garantisce l’eternità beata al di là della polvere che possiamo portare nei calzari della nostra esistenza, al di là delle ferite, delle mancanze, delle trascuranze che possiamo aver accumulato nella nostra esistenza. Perché l’amore copre una moltitudine di peccati.

 

  1. Uomo e prete dal cuore grande

 

Don Vincenzo ha cercato di vivere questa Parola del Signore che oggi abbiamo ascoltato. Il prossimo 28 novembre avrebbe compiuto 75 anni, il prossimo 29 giugno avrebbe compiuto 49 anni di ordinazione sacerdotale.

 

Uomo tenace e audace, ha sempre trovato il coraggio di osare, anche nella ribellione, nella non-conformità al modo comune di pensare e di agire. E la tenacia è stata in lui virtù di perseveranza, perché ha sempre saputo raggiungere gli obiettivi che si prefiggeva. Era audace nella progettazione del bene e delle vie per operare il bene, e tenace nel modo di perseguirlo.

 

E se stentava a collaborare con altri, è sempre riuscito ad ottenere la collaborazione degli altri. Perché era un uomo di una umanità solidissima, ed era un sacerdote innamorato di Dio e del suo sacerdozio. Innamorato di Dio, perché Don Vincenzo era un uomo di preghiera. Era un prete capace di trattenersi anche a lungo nella camera del suo cuore, in dialogo con il suo Signore. Un prete che amava cercare il Signore nella preghiera e nei più poveri, negli ultimi e nei bisognosi.

 

Don Vincenzo era un uomo dal cuore grande, capace di dare ospitalità a tutti, e un sacerdote capace di chinarsi sulle ferite degli uomini e delle donne, capace di chinarsi anche sulle ferite di tanti sacerdoti. Molti giovani sacerdoti alunni suoi lo cercavano all’eremo a Serradifalco per passare con lui una giornata; per trascorrere con lui ore di discernimento, di preghiera, di amicizia, di condivisione; per trovare una luce, una strada, e riprendere in mano il senso del proprio sacerdozio.

 

Don Vincenzo mai si è negato ai suoi confratelli, e io stesso gli avevo affidato una scuola di formazione dei seminaristi ordinati diaconi, perché potesse accompagnarli ad amare il sacerdozio, facendo della propria vita una diaconia, un servizio d’amore speso per tutti.

 

Per questo, da uomo solido e dal cuore grande, da prete innamorato di Dio e del suo sacerdozio, Don Vincenzo era anche un uomo di acutissima intelligenza e riusciva a proporre e a volte anche a imporre le ragioni del suo credere, perché parlava da uomo a uomo, perché sapeva passeggiare nei sentieri feriti dell’esistenza umana con premura e tenerezza di pastore.

 

  1. Fondatore… per “sentire” con gli ultimi

 

Aveva una spiccata sensibilità per le ferite dell’umanità, soprattutto per quelle che lui definiva le nuove povertà, e quindi le disabilità fisiche e psichiche, e quindi gli ammalati di AIDS, e quindi tutte le patologiche dipendenze.

 

E per tale ragione, mettendo in opera la sua cultura e la sua fantasia di uomo, di prete, di credente, ha fondato Casa Famiglia Rosetta, ha fondato Terra Promessa, che poi è confluita nella stessa Associazione di Casa Famiglia Rosetta, proprio per occuparsi e preoccuparsi delle dipendenze patologiche. E lì è stato esempio e maestro di tanti sacerdoti della nostra Diocesi che hanno appreso da lui l’arte della prossimità verso gli ultimi, come via privilegiata di vivere il Vangelo nell’esercizio della promozione umana. E hanno continuato, seppure in modo diverso queste opere con altre associazioni.

 

Don Vincenzo era anche membro della Consulta nazionale del Ministero degli Affari Sociali per le dipendenze patologiche. Era riuscito anche ad entrare nell’ONU, portando avanti questi suoi progetti di promozione sociale e umana, di riabilitazione fisica e psichica, per restituire dignità agli uomini e alle donne. E per tale ragione aveva fondato diversi centri, non solo in Sicilia e in Italia ma anche in Brasile e in Tanzania.

 

Ha fondato e diretto la Fondazione Alessia, Istituto di Studi Euro-mediterranei per la Formazione. Aveva voluto, e in questo lo avevo molto appoggiato, una sezione della LUMSA qui a Caltanissetta, dove lui stesso insegnava Pedagogia Sociale. È stato maestro esemplare alla Facoltà Teologica di Palermo e al nostro Istituto Teologico di Caltanissetta, insegnando Catechetica, Teologia Pastorale, Scienze Umane, Magistero Sociale della Chiesa.

 

Don Vincenzo è nato e cresciuto in una famiglia di contadini buoni, onesti, religiosi e devoti. E alla sua famiglia e a tutti i suoi familiari e parenti e sempre rimasto profondamente legato. Ma ad un certo punto ha voluto avere accanto a sé, anche per condividere l’anelito di evangelizzazione e promozione umana, una famiglia spirituale. Per questo ha fondato l’Associazione che ha voluto dedicare alla Madonna, con il titolo di “Santa Maria dei Poveri”. E a questi uomini e donne di vita consacrata io stesso ho tenuto gli Esercizi Spirituali a Lourdes, assecondando il desiderio di don Vincenzo.

 

Egli era molto attento e sensibile agli orientamenti della CEI, impegnato anche nelle Settimane Sociali dei Cattolici. C’era una Costituzione del Concilio Ecumenico Vaticano II che gli stava molto a cuore e che lui ha sempre cercato di incarnare: la Gaudium et Spes, per “sentire” con l’umanità ferita, abbandonata, traviata, smarrita, povera, per cui faceva sue le gioie e le lacrime, le angosce e le felicità dei suoi contemporanei.

 

  1. Servire Cristo nei Poveri

 

Ha scritto tanto, ha fondato e diretto anche diverse riviste, come Solidarietà e financo una casa editrice. Ma di tutte queste cose quel che rimane è il suo spendersi per gli altri senza pensare a se stesso. Anche con la febbre alta si premurava di servire, di cercare contributi e collaborazioni per tutte queste opere, avvalendosi anche di tanti competenti ed esperti, di volontari e dipendenti, per badare a centinaia e centinaia di poveri di ogni livello e di ogni grado sociale.

 

Per tale ragione ha instaurato incontri e dialoghi con molti Vescovi, e la presenza dei miei fratelli Vescovi oggi ne è una testimonianza; dialoghi con uomini e donne impegnati nella politica e nel sociale, dialoghi con uomini e donne di cultura. Perché era un uomo e un prete che vedeva lontano… e sapeva di non avere molto tempo…

 

E così, la notte fra il 3 e il 4 marzo si è spento serenamente nelle braccia del Padre delle misericordie. E quando il Cristo Crocifisso e Risorto, mostrandogli le sue piaghe, gli dirà: «Avevo fame, avevo sete, ero nudo, malato, carcerato, straniero», troverà in lui la pronta risposta: «Te Signore ho cercato, Te Signore ho servito, Te Signore ho amato in questi poveri nostri fratelli».

 

E, come dicono i Padri della Chiesa, saranno proprio questi poveri a schiudergli le porte del cielo e ad introdurlo nella liturgia che non ha tramonto. E così sia!