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Il Sacerdote modello di Santità

29-06-2009 01:00

Diocesi di Caltanissetta

omelie,

Il Sacerdote modello di Santità

IL SACERDOTE MODELLO DI SANTITÁ Ordinazione Presbiteraledi Rino Dello Spedale AlongiCaltanissetta – Cattedrale, 29 giugno 2009 Carissimi presbiteri e

IL SACERDOTE MODELLO DI SANTITÁ

 

Ordinazione Presbiterale

di Rino Dello Spedale Alongi

Caltanissetta – Cattedrale, 29 giugno 2009

 

Carissimi presbiteri e diaconi, amati seminaristi, religiose e religiosi, gentili autorità, figlioli tutti amati nel Signore, lo scorso anno abbiamo chiuso la Visita Pastorale e aperto l’anno paolino con il dono del sacerdote Lino De Luca. Oggi, solennità dei SS. Pietro e Paolo, giorno in cui tanti di noi celebrano l’anniversario del dies sacerdotalis, chiudiamo l’anno paolino dando inizio a quello sacerdotale, con il dono di un altro sacerdote, Rino Dello Spedale Alongi.

 

1.  Due vite edificanti

 

Questa sera si schiudono le nostre labbra al sorriso e il nostro cuore di gioia canta, cielo e terra si danno appuntamento in questa nostra chiesa cattedrale, perché un redento figlio di Adamo, offrirà le sue mani consacrate a mangiatoia di Dio e consegnerà tutto se stesso, lasciandosi trasfigurare dallo Spirito Santo in Cristo Gesù, sacerdote e Pastore di bellezza e di vita. Perciò accogliendo l’invito del salmista, anche noi diciamo: «Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome. Gustate e vedete com’è buono il Signore».

 

Oggi la Chiesa celebra e consegna a tutti noi, in particolare a te, Rino, una bella coppia di apostoli, consumati dall’amore di Cristo e dallo zelo per il Vangelo: Pietro e Paolo. La bellezza di questi santi sta proprio nella loro umanità rigorosa, messa totalmente e radicalmente a disposizione delle trame stupende e imprevedibili dello Spirito Santo. E proprio lui, Cefa, è scelto per essere la pietra sulla quale Gesù edifica la sua Chiesa, proprio lui che ha sbattuto la testa contro i suoi limiti facendo i conti con la sua irruenza e fragilità. Pietro, tritato nel cuore dal suo fallimento, riconoscerà pienamente in Gesù crocifisso e risuscitato il Figlio di Dio, e uscirà fuori dal rassicurante equilibrio della sua barca, per abbracciare il suo Cristo Gesù e dichiarargli per ben tre volte: “Ti voglio bene, Signore”.

 

Paolo ci viene invece consegnato quale icona di ministeriale bellezza e instancabile fatica per il Vangelo, con una vita completamente posseduta da Cristo. Ci dà coraggio la sua vulnerabilità, come la sua debolezza e la profondità del suo pensare, messe senza timore al servizio del Signore. Ci fa respirare aria di agapico amore, la sua passione per le comunità, la sua attenzione per le singole situazioni, l’equilibrata follia che lo porta a dialogare con tutti e a farsi uno a tutti, per conquistare tutti al Vangelo, lasciandosi continuamente sradicare e sospingere dallo Spirito, libero dalla libertà di Dio e per Dio. Pietro e Paolo hanno fatto un’esperienza forte, profonda, e dirompente del Signore, la loro forza sta in quell’incontro personale sulla riva del lago di Galilea e sulla via di Damasco. Pietro e Paolo, due folli innamorati di Dio.

 

Mio caro Rino, tu hai sperimentato in questi anni che Dio è un incontro, è una persona che ti coinvolge, travolge e avvolge. E da questa sera non sarai più tu; dopo l’incontro con Lui, nessuno può mai essere più lo stesso. Con l’imposizione delle mani del Vescovo e la preghiera consacratoria, tu non sarai più il Rino di prima ma sarai sacerdote in eterno, alter Christus, e potrai pienamente affermare: «Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me». Proprio come Saulo che divenne Paulus, un quasi niente; come Simone che divenne Petrus, una pietra. E nell’incontro con il tutto, il quasi niente arriva fino al punto da lasciarsi tagliare la testa. Mentre la pietra si fa crocifiggere a testa in giù. Simone e Saulo, Pietro e Paolo, due nuovi nomi, due percorsi di novità, la testardaggine di Simone il pescatore, pur nella ferita del fallimento si fa roccia di Chiesa; la veemente passione di Paolo, grazie alla polvere mangiata nella sua caduta sulla via di Damasco, si fa ardore per il Vangelo. Cosa unisce questi due uomini così diversi? L’amore di Cristo, l’amore per Cristo. È il Signore Gesù la liberante catena che li lega nella diversità all’unico presbiterio.

 

2.  Dono d’amore per l’amore

 

Come Pietro, caro Rino, anche tu sei chiamato a diventare roccia e chiave. Roccia che dà appoggio sicurezza, stabilità ai fratelli che ti verranno affidati. Chiave che apre le porte belle del mistero di Dio, le porte del cuore trafitto di Cristo, dove la vita fiorisce. Come Pietro, anche tu sei chiamato a legare e a sciogliere, a creare cioè nella tua storia strutture di riconciliazione e di prossimità. E allora, come l’apostolo Paolo, corri con passione ed entusiasmo, sulle strade dell’eterno sacerdozio, perché Cristo ti ha conquistato a sé. Corri amando e ama correndo, perché afferrato e sedotto da Gesù. E ricorda che il ministero sacerdotale avanza non per proclami, ma per credente passione, non per pia devozione, ma per mistica seduzione, non per professionale dedizione, ma per eucaristica attrazione. Il sacerdozio, soleva dire il santo Curato d’Ars, «è l’amore di Gesù. Un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia, è uno dei doni più preziosi della misericordia divina». Papa Benedetto XVI, nell’occasione del 150° anniversario del dies natalis di San Giovanni Maria Viannej, ha voluto questo speciale anno sacerdotale, iniziato proprio nella solennità del Sacro Cuore di Gesù. E nella sua lettera di indzione, pubblicata il 16 giugno scorso, ha tracciato la mistica sacerdotale del santo Curato d’Ars: «In Gesù - scrive il Papa - persona e missione tendono a coincidere. Tutta la sua azione salvifica era ed è espressione del suo io filiale, che da tutta l’eternità sta davanti al Padre in atteggiamento di amorosa sottomissione alla sua volontà. Con umile ma vera analogia, anche il sacerdote deve anelare a questa identificazione. Ai suoi parrocchiani il santo Curato insegnava soprattutto con la testimonianza della sua vita, dal suo esempio i fedeli imparavano a pregare, sostando volentieri davanti al Tabernacolo per una visita a Gesù eucarestia. Non c’è bisogno di parlar molto per ben pregare, spiegava loro il Curato, si sa che Gesù è là, nel santo Tabernacolo, apriamogli il nostro cuore, rallegriamoci della sua santa presenza. È questa la migliore preghiera. Con le lunghe permanenze in chiesa, davanti al Tabernacolo - scrive ancora il Papa a noi sacerdoti -, il santo Curato fece sì che i fedeli cominciassero ad imitarlo, recandovisi per visitare Gesù, e fossero al tempo stesso sicuri di trovare il loro padre, disponibile all’ascolto e al perdono. In seguito fu la folla crescente dei penitenti, provenienti da tutta la Francia, a trattenerlo nel confessionale, fino a sedici ore al giorno. Si diceva, allora, che Ars era diventata il grande ospedale delle anime».

 

Figlioli carissimi, noi ben sappiamo che il ministero ordinario ha una radicale forma comunitaria, ed esso può essere assolto solo nella comunione dei presbiteri con il loro Vescovo. Occorre che questa comunione fra i sacerdoti e con il proprio Vescovo, fondata sul sacramento dell’ordine, si traduca sulle diverse forme concrete di una fraternità sacerdotale effettiva ed affettiva. Recita la Presbiterorum Ordinis al n. 8: «I presbiteri costituti nell’ordine del presbiterato, mediante l’ordinazione, sono tutti uniti fra loro con intima fraternità sacramentale. Ma in modo speciale, essi formano un unico presbiterio nella diocesi, al cui servizio sono associati sotto il proprio Vescovo. E nessun presbitero, può realizzare a pieno la sua missione, se agisce da solo e per conto proprio».

 

Caro Rino, fra qualche istante, dopo il Vescovo, tutti i presbiteri presenti imporranno le loro mani sul tuo capo, legandoti al presbiterio in intima fraternità sacramentale. E mentre tu porti, e giustamente, nuova aria, giovane entusiasmo, fresco vigore, peculiare stile sacerdotale nel nostro presbiterio, devi altresì sentirti responsabile della santità di tutti i tuoi fratelli nel sacerdozio. Prendi da ciascuno di loro il bene che sono e fanno, imitane le virtù e lo zelo pastorale, ma non lasciarti scoraggiare, né intiepidire dalle loro piccinerie, debolezze e lentezze. E voi, carissimi presbiteri, imponendogli le mani sul capo, accogliete Rino nella famiglia del nostro presbiterio, e di lui, del suo sacerdozio e della sua santità, ne risponderete davanti alla Chiesa e ogni giorno davanti a Dio. Siate responsabili esemplari, premurosi custodi di questo vostro giovane fratello sacerdote. Ricordiamoci che Gesù, in quell’ultima sconvolgente cena con i suoi discepoli, e quasi a commento dell’Eucarestia, volle consegnare loro un nuovo mandato: «Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi. Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per altri». Il mandato come un comandamento nuovo è l’amore, ed è nuovo perché nuovi siamo noi, noi sacerdoti, la novità che si è prodotta in noi con l’ordine sacro, esige da noi un amore nuovo, un di più d’amore; non amiamo più soltanto come creature, non dobbiamo più amare soltanto come figli di Dio battezzati, dobbiamo amare come consacrati, come degli identificati con Cristo, perché sacerdos alter Christus. E infatti, noi siamo chiamati ad amare con un amore esagerato, che non ha misura né confini, siamo chiamati come Gesù, ad amare da Dio, a partire dalla reciprocità tra noi sacerdoti, che formiamo in Cristo un solo corpo sacerdotale in comunione con il Vescovo. Diceva Giovanni Battista Montini, in un’omelia di una Messa crismale a Milano: «Davvero si stenda tra di noi una rete di affezioni, una nuova e più sentita e più solida e più espressa e più vera carità. Se mai uno spirito di isolamento, uno spirito di indifferenza, uno spirito di sufficienza e autonomia fosse in noi, sia sgombrato il nostro animo da questi arresti, da queste paralisi della carità». Se qualche sofferenza, e qualche profonda ferita, la storia della nostra Diocesi nissena ha registrato, è perché il clero era diviso. Quante sofferenze ebbero al riguardo alcuni dei miei predecessori, e non solo loro! Ebbene, mai più sia così, perché viviamo in una stagione grave, minacciosa, che tende a dividerci, svuotarci, contrapporci, demotivarci.

 

3.  Uniti per la stessa causa

 

Miei cari figlioli, tutti noi combattiamo la stessa battaglia e dobbiamo diventare santi. Per diverse vie, ma tutti insieme verso la stessa meta. Perciò aiutiamoci, noi sappiamo che la vita della Chiesa fiorisce e prospera in una Diocesi e nelle comunità parrocchiali, solo se i sacerdoti sono uniti, solo se essi danno esempio di profonda, intelligente, sacerdotale spiritualità, di comunione nella verità, di disponibilità nell’obbedienza, di serietà e lucidità nella coscienza, di sincerità nella stima reciproca, di emulazione nella passione per il Vangelo e per la Chiesa, in gioiosa, serena unità con il Vescovo e tutto il presbiterio, evitando fatue incensazioni, e pericolose, maldicenti lacerazioni.

 

Carissimo Rino, cari fratelli e amici nel sacerdozio, accogliamo l’invito di Papa Benedetto XVI che così ci esorta: «Cristo conta su di voi. Sull’esempio del santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Lui e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace». Possa la materna intercessione e protezione della Vergine Maria, suscitare nell’animo di ogni presbitero, un generoso rilancio di quegli ideali di totale donazione a Cristo e alla Chiesa, che ispirarono il pensiero e l’azione del santo Curato d’Ars. Possa la Vergine Madre, figlia del suo Figlio, sacerdote sommo ed eterno, educarci alla libertà del cuore, alla prontezza nel servizio, al coraggio di danzare la nostra sacerdotale esistenza, al ritmo della contemplazione e della vicendevole amicizia. E possano i santi Pietro e Paolo, carissimo Rino, alimentare sempre in te la fiamma della tua calorosa umanità, l’ardore di sacerdotale carità, la passione di credente fraternità. E così sia!

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