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Super omnia charitas

27-09-2012 00:00

Diocesi di Caltanissetta

omelie,

Super omnia charitas

Super omnia charitas Chiusura Processo Diocesano di Mons. Giovanni Jacono, V Vescovo di Caltanissettanel IX anniversario di Ordinazione Episcopale e d

Super omnia charitas

 

Chiusura Processo Diocesano di Mons. Giovanni Jacono, V Vescovo di Caltanissetta

nel IX anniversario di Ordinazione Episcopale e di ingresso in Diocesi

del Vescovo Mario Russotto

Caltanissetta - Cattedrale, 27 settembre 2012

 

 

1. Un sogno inseguito a lungo

 

Il 27 settembre 1921 si apriva una pagina straordinaria nella storia della nostra amata Chiesa nissena, una pagina che sarà segnata per trentacinque anni dall'amore di un Vescovo dal cuore di fanciullo, ma dall'amore ardente di Cristo Buon Pastore. Oggi, 27 settembre 2012, dopo novantuno anni, si chiude una pagina straordinaria che testimonia l'amore, la memoria, la riconoscenza di questa Chiesa nissena che mai ha dimenticato il suo quinto Pastore. Per la mia ordinazione episcopale ho voluto scegliere di proposito il 27 settembre: allora, un Vescovo ragusano venne in questa Chiesa e la servì con amore, fino a dare la sua vita e sulle sue orme io ho sempre desiderato camminare da quando il Signore, per mezzo del beato pontefice Giovanni Paolo II, vi ha affidato alle mie cure pastorali.

 

Il motto di Mons. Jacono era Super omnia charitas, “sopra tutte le cose l'amore”. Quella pagina della lettera ai Colossesi di S. Paolo era ben scolpita nel suo cuore e lui, che tanto aveva faticato per coronare un sogno che sapeva essere il sogno di Dio, quello di diventare sacerdote, ha ben compreso poi, da vescovo, che non primariamente con le teologie, non primariamente con la difesa del deposito della fede, con le dottrine o con le teorie, ma solo con l'amore che si fa carità nella storia, nei piccoli e grandi gesti quotidiani della vita si testimonia l'identità e l'essenza di Dio: Deus caritas est. Solo con l'amore si portano gli uomini e le donne al Signore, al Dio dell'amore.

 

Mons. Jacono, uomo educato all'essenziale, fin da ragazzo ha dovuto lottare per studiare, ha accompagnato il papà Gaudenzio nelle contrade di Mazzarrone e di Caltagirone, per riparare le botti e a volte lo aiutava nella bottega di falegname, ha dovuto lavorare anche come muratore per portare un po' di pane a casa e si è visto per ben due volte chiuse le porte del seminario dell'allora unica Diocesi, quella di Siracusa, perché non poteva pagare la retta mensile. Ma ha anche sperimentato la grazia avvolgente, straordinaria, della Provvidenza, che si è servita prima del suo maestro delle scuole elementari, che a tutti costi voleva farlo studiare, poi della fede di sua madre che, con l'ultimo respiro, gli disse: "Giovanni, pregherò il Vescovo del cielo di farti diventare sacerdote". Poi ebbe dalla grande, oggi beata, Mariannina Schininà, fondatrice delle Suore del Sacro Cuore, quella profezia certa che solo i santi possono avere: "Sarai sacerdote!" e mai smise di sognare il sogno di Dio. Nonostante le fatiche e le contrapposizioni umane, il Signore andava tessendo, come in un arazzo, la sua anima, col filo rosso del sacrificio, ma anche col filo rosso dell'amore che si fa dedizione e donazione.

 

2.  Intrecci di grazia

 

Niente è a caso nella vita di ciascuno di noi. Dovette essere un santo Vescovo, nipote del grande nostro Vescovo, Mons, Giovanni Guttadauro e originario di questa Chiesa nissena, ad aprirgli le porte del seminario: il Card. Francica-Nava, formatosi nel nostro seminario, prete di questa Diocesi, Rettore del nostro seminario e poi anche Vicario generale, prima di essere chiamato al compito di Nunzio Apostolico e poi di Arcivescovo e Cardinale di Catania. Fu lui ad accogliere Giovanni Jacono nel seminario di Catania, fu lui che, dopo un breve colloquio con questo giovane che aveva anche fatto il militare, gli disse: "Sarai sacerdote". Fu sempre lui ad ordinarlo prete quasi all'improvviso e a presentarlo poi alla Sede Apostolica perché venisse ordinato vescovo. E lui, il Card. Francica-Nava, lo ha consacrato vescovo. Venne nominato vescovo di Caltanissetta proprio  su indicazione del Cardinale, che lo voleva sulla Cattedra che era stata di suo zio e in questa Chiesa che lo aveva formato.

 

Ecco come la storia di Dio, nella vicenda di Mons. Jacono, è interamente attraversata dalla storia di questa nostra Chiesa nissena, l'unica fra tutte le Chiese o di provenienza, o nelle quali egli ha svolto il suo ministero di sacerdote o di vescovo, che non lo ha mai dimenticato, mai abbandonato e che si è lanciata con fede nell'avventura di questo processo di beatificazione. Perché noi crediamo che Mons. Jacono sia un Vescovo santo.

 

3.  Cuore smisurato di Pastore

 

Quando, nel 1918, fu ordinato vescovo di Molfetta-Giovinazzo-Terlizzi, era suo desiderio andare a celebrare la Messa nella Cattedrale di S. Giovanni a Ragusa, da lui tanto amata, dopo la chiesa dell'Ecce Homo, nella quale aveva ricevuto la prima formazione cristiana e, grazie a quel grande sacerdote che era il parroco Giovanni Boscalino, si era innamorato dell'Eucaristia, tanto che voleva essere sacerdote anche per portare Gesù Eucaristia per le strade della città.

 

Volendo, dunque, realizzare questo suo desiderio, spedì un telegramma, prese il treno e arrivò a Ragusa. Trovò una città desolata, fredda, falcidiata dall'epidemia detta “spagnola”, non c'era nessuno ad accoglierlo nella stazione perciò, vescovo nella primavera del suo entusiasmo e della sua consacrazione, solo, con la valigia, si incamminò per le strade di Ragusa per andare a casa. E come Gesù sulla via del Calvario ha trovato il Cireneo, lui  trovò un pover’uomo con un carretto trainato da un asino e almeno poté appoggiare la sua valigia su quel carretto, ma poi l'asinello non ce la faceva a salire la via S. Anna e fu lui, che aveva bisogno di essere condotto, a condurre l'asinello.

 

Ecco, potremmo dire che questa è l'icona del Vescovo Giovanni Jacono: un Vescovo solo con la sua valigia, libero della libertà di Dio, che non si è mai scoraggiato e non ha mai cercato gratificazioni e riconoscimenti. In quell’occasione incarnò subito il suo motto episcopale perché, quando arrivò a casa, trovò il papà Gaudenzio ammalato e fece di quel capezzale l'altare della cattedrale sul quale voleva celebrare la sua Messa. E così farà poi in tante altre occasioni.

 

Nel 1942, per non disturbare la vita dei seminaristi, si ritirò in una stanza dell'episcopio e lì accolse tutti i feriti di guerra e lui personalmente li curava e li serviva. Quando, il 9 luglio 1943, la nostra città fu bombardata, la cattedrale fu squarciata, la popolazione fuggì per le campagne e le autorità  abbandonarono la città, solo lui, il Pastore che ha cura del suo gregge, non è fuggito. Andò  all'abbazia di S. Spirito e poi, a piedi, tornò in città ed ha accolse in seminario tutti i feriti, tutti gli ammalati ed anche i seminaristi di Palermo che avevano visto distrutto il loro seminario. Predicava la pace e a volte, nelle sue lettere, questo invito alla pace veniva censurato dalle forze fasciste, ma il cuore di questo nostro grande Pastore non conosceva confini: era un cuore dilatato della misura smisurata di Cristo Buon Pastore.

 

4.  La santità nella carità

 

Quel suo spirito di carità diventò subito anche verbum charitatis, infatti scrisse nella sua prima Lettera Pastorale: «Come sarà esplicata la mia missione? Con la carità, solo con la carità, la stessa carità che ha usato Gesù con le folle che erano stanche, sfinite, come pecore senza pastore. Prima li fa sedere e insegna loro la parola di salvezza, poi spezza e moltiplica i pani». Mons. Jacono ha capito che la fame più grande del popolo nisseno non era fame di pane e sete di acqua, ma di ascoltare la Parola del Signore, di trovare le vie della fede per dare senso alla vita e speranza al dolore. Per questo si adoperò perché si sviluppasse la catechesi a tutti i livelli e in tutte le parrocchie. Trovò solo sedici parrocchie; ne lasciò quarantacinque, perché voleva che i sacerdoti fossero vicini alla gente, che spezzassero il pane della Parola, che confortassero gli affaticati.

 

Dopo il primo anno che era arrivato in Diocesi, iniziò la prima Visita Pastorale con i mezzi che erano allora a disposizione e si portò in giro per tutte le parrocchie, per tutti i comuni della Diocesi. In trentacinque anni ha compiuto cinque Visite Pastorali e ha scritto trentaquattro Lettere Pastorali. Era vicino ai suoi sacerdoti, ma non ha chiesto mai ai sacerdoti di essere vicini a lui, ha amato i suoi sacerdoti fino alla consumazione della vita, senza chiedere mai nulla in cambio, anzi, soprattutto negli ultimi anni, ne ha avuto solo amarezze, ma sempre, come testimoniano le sue ultime Lettere Pastorali, ha risposto con l'unica legge che ormai con l'inchiostro di sangue era incisa nel suo cuore: la legge dell'amore che arriva fino a donare la vita.

 

Mons. Jacono è stato un Vescovo santo. Che cosa è, infatti, la santità? Dio solo è santo, tu solus sanctus. La santità è Dio, la cui essenza è la carità. Per cui, santità significa vivere la stessa carità che è Dio, respirare con il respiro di Dio, avere il cuore di Dio. Mons. Giovanni Jacono ha respirato il respiro di Dio già da prete, a Catania, come confessore, come padre spirituale del seminario, come rettore. Affascinava con la poesia del suo vissuto sacerdotale fatto di piccole cose, fatto soprattutto di interiorità, perché un prete non è grande se sa organizzare, anche se oggi la Chiesa continua a sbagliare nel cercare preti efficiente ed efficaci nell'organizzazione pastorale,un prete è grande, come diceva Giovanni Paolo II, se è uomo delle relazioni fondate sull'amore. Ecco, Mons. Giovanni Jacono era uomo delle relazioni semplici, autentiche, profonde, fondate su un amore coltivato in quell'intimo, personale, prolungato colloquio con il Signore, perché è Lui il pastore delle anime e solo nella conformazione a Cristo Gesù noi possiamo assolvere il difficile compito di condurre a lui le anime. Egli ha affascinato con il suo sacerdozio, un suo allievo, che è stato poi colui che ha dovuto cantare sulla sua tomba l'elogio funebre, Mons. Francesco Pennisi, grande, indimenticabile vescovo di Ragusa, che ha scritto un libro che il carissimo padre Tidona ha voluto rieditare: Sacerdozio e Poesia, nelle righe del quale si respira tutta la spiritualità di colui che era stato suo maestro.

 

5.  Luce vicina

 

Mons. Jacono aveva una grande devozione per Maria Santissima. Fin da bambino era stato educato a rivolgersi a questa Mamma del cielo che lui vedeva incarnata nella sua mamma terrena. E quando comprese che Caltanissetta per resuscitare aveva bisogno di riaccendere la speranza nella maternità di Dio, incarnata nella maternità di Maria, propose la peregrinatio Mariae: fu un evento che in due anni risvegliò la fede in tutte le nostre popolazioni, risuscitò l'entusiasmo dei sacerdoti, unì in una grande comunione di fede e di amore l'intera Diocesi e, a conclusione della peregrinatio Mariae, egli volle incoronare la Madonna Santissima e portarla al santuario di S. Flavia.

 

L'ultima parrocchia da lui fondata è stata proprio un omaggio a questa Mater Charitatis: la parrocchia Regina Pacis, qui a Caltanissetta.

 

Don Carmelo Mezzasalma, anche lui originario di Ragusa, postulatore della causa di beatificazione, ha scritto, citando don Divo Barsotti, che i santi ci sono vicini e che non siamo noi a cercarli, ma sono loro che cercano noi. Ebbene, Mons. Jacono non ha smesso di cercare questa sua Chiesa e questa sua Chiesa non ha smesso di cercarlo come luce vicina, come faro d'amore. Spesso nella sua solitudine contemplativa, quel vescovo solo con la sua valigia, pregava per i sacerdoti e la sera benediceva la città.

 

«L'amore si fa attenzione ad ogni persona», scrive Simone Weil. «L'amore si fa dedizione fino a diventare devozione, anzi inginocchiamento davanti ad ogni anima», ha scritto Edith Stein. E con le parole di S. Benedetta della Croce, Edith Stein, vorrei concludere questa riflessione: «O Signore, dammi tutto quello che mi conduce a te. Prendi tutto quello che mi distoglie da te. Strappa me da me stesso e dammi tutto a te che sei tutto per me». Amen.

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