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Gli occhi la strada la stella la gioia

06-01-2013 00:00

Diocesi di Caltanissetta

omelie,

Gli occhi la strada la stella la gioia

Gli occhi la strada la stella la gioia Conferimento del ministero dell’Accolitatoa Salvatore Lo SardoSan Cataldo – parrocchia Maria SS.ma del Rosario6

Gli occhi la strada la stella la gioia

 

Conferimento del ministero dell’Accolitato

a Salvatore Lo Sardo

San Cataldo – parrocchia Maria SS.ma del Rosario

6 gennaio 2013

 

1.  Alzare gli occhi

 

In questo giorno solenne dell'Epifania del Signore, del suo manifestarsi e lasciarsi trovare dagli uomini di buona volontà sinceramente in ricerca di Lui, vorrei evidenziare, dato che ci troviamo nell’Anno della Fede, la bellezza del cammino di fede, scandito in quattro tappe. Dentro questo mistero trova il suo significato anche l’istituzione di Salvatore Lo Sardo come accolito.

 

Il primo passo nel cammino di fede alla luce della Parola che abbiamo ascoltato, riguarda gli occhi; il secondo, la strada; il terzo, la stella e il quarto, un sentimento, un'emozione: la gioia.

 

Anzitutto, gli occhi. Abbiamo ascoltato nel testo del profeta Isaia questa ripetuta sottolineatura dell'alzarsi. E se prima è tutta una città che deve rialzarsi, deve risorgere, dopo il profeta si concentra su un aspetto particolare della persona, gli occhi: "Alza gli occhi". Anche noi diciamo nel Salmo: «Alzo gli occhi verso i monti. Da dove mi verrà l'aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore».

Alzare gli occhi, è la prima tappa del cammino di fede, perché significa avere il coraggio di uscire fuori da quell'avviluppamento in se stessi per cercare qualcosa che sta oltre. La fede mi aiuta, nella sua prima tappa, a vedere oltre me stesso, a vedere la presenza dell'invisibile con gli occhi del cuore. Alzare gli occhi come Gesù ha alzato gli occhi, sia nel cap. 11 di Giovanni, quando prega il Padre perché un morto, il suo amico Lazzaro, possa tornare alla vita, sia nel cap. 17 quando introduce con quel gesto la solenne preghiera dell'unità: "Che siano uno come noi siamo uno". Alzare gli occhi è coraggio di guardare oltre se stessi nella consapevolezza che si può, con l'aiuto di Dio, uscire fuori dalle tenebre della morte, dai nostri sepolcri per entrare in relazione con Dio attraverso la preghiera.

 

Anche in Gen 18 troviamo una dimensione particolare dell'alzare gli occhi. Era un momento difficile, un momento di stanchezza, forse di delusione e scoraggiamento per il nostro padre Abramo, che si trovava presso le querce di Mamre e, nell'ora più assolata del giorno, quando il sole brucia, alza il capo, alza gli occhi ed ha visioni di angeli, che sono tre e nello stesso tempo sono uno e li ospita. In questo caso, nella prima tappa del cammino di fede, coraggio di alzare gli occhi  significa possibilità di avere visioni interiori, di lasciarsi visitare dal Signore e, dunque, di ospitarlo, di accoglierlo, come fa Abramo. E quell’incontro viene una promessa: fra un anno, nello stesso tempo, tua moglie Sara terrà fra le braccia un bambino.

 

2.  Il coraggio di mettersi in strada

 

La seconda tappa è la strada, dal vedere al camminare. Non basta vedere, non basta ospitare il Signore, non basta avere il coraggio di tirarsi fuori dalle tombe delle proprie morti e stabilire con Dio un dialogo profondo nella preghiera. È necessario camminare. Il figliol prodigo, in Lc 15, era rientrato in se stesso, aveva guardato oltre la vista, si era visto nella profondità della sua miseria e aveva fatto un proposito: «Mi alzerò, andrò da mio padre…». Ma tutto questo sarebbe rimasto sterile, se poi di fatto non si fosse alzato e messo in strada.

 

Allora, la seconda tappa del cammino di fede è il coraggio di mettersi in strada, di mettersi a camminare. I Magi guardano, scrutano, cercano di vedere al di là della possibilità stessa degli occhi, di capire, di indagare il cielo e poi camminano, si mettono in marcia. Tanti desidererebbero incontrare Dio, ma non si muovono, restano inchiodati. I preti di Gerusalemme aspettavano anch’essi la redenzione di Israele, sapevano tanto di Dio, conoscevano le Scritture, sapevano che doveva nascere a Betlemme di Giuda, ma non si mettono in strada, restano inchiodati nelle tenebre di Gerusalemme, dentro le mura di un Tempio che non dice più la presenza di Dio, bloccati dentro questo loro sapere che non si trasforma in vita, non muove i loro passi e non si fa carità e fede. Essi non incontreranno il Signore, anche se sanno tanto di Lui, perché non camminano, non si mettono in strada, come invece fanno i magi. E questo cammino a volte conduce dentro il mistero del tempo.

 

3.  Cercare la stella

 

Ed ecco il terzo segno: una stella. Occorre acquisire la capacità di vedere, fra le stelle, la tua stella, di vedere tra tanti segni, quel segno che è per te.

 

Figlioli carissimi, ciascuno di noi ha la sua stella, nella vita di ciascuno di noi c'è un segno che ci conduce, può essere una parola che ha scavato dentro la roccia del nostro cuore, bucando questa pietra e facendoci uscire dalla nostra sclerocardia, rendendo il cuore umile, morbido; può essere una parola, un’esperienza, un fatto; può essere una persona, un sacerdote, un padre spirituale. Ciascuno di noi deve capire qual è la sua stella fra i tanti segni e affidarsi. A volte, questo cammino può condurre nella nube della non conoscenza, dentro l'oscurità delle tenebre di Gerusalemme, non è detto che la Chiesa sia nella luce, non è scontato che lì dove c'è il Tempio ci sia la luce di Dio, a volte anche lì si trama nelle tenebre: «Vi dico che i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli», dice Gesù e non lo dice agli scribi e ai farisei, lo dice ai suoi apostoli, che stentavano a capire la dura legge della croce.

 

Allora, attenti: a volte anche noi, come comunità ecclesiale, possiamo essere la Gerusalemme che vive nelle tenebre, che sa tanto di Dio, ma non lo cerca più e lo ha perso perché non lo cerca, non perché Dio si è smarrito, ma perché noi ci siamo incatenati nella prigionia della nostra presunzione, perché Dio non lo si trova una volta per sempre, è Qualcuno di cui il cuore ha sempre fame e sete, Qualcuno che, se smetti di cercarlo, hai già perso.

 

La fede è un cammino che deve vederci sempre in strada e si è sempre in strada quando si ha l'umiltà dei Magi, che sanno chiedere, anche se entrano nelle tenebre e nell'oscurità di Gerusalemme e sono veri intellettuali, perché sanno chiedere. Diffidate di tutti i teologi da strapazzo che non sanno chiedere, diffidate di tutti i grandi uomini di cultura che non hanno l'umiltà di domandare. I Magi sono grandi intellettuali perché sanno chiedere: dov'è il Re dei Giudei?

 

La stella può anche scomparire, quel segno può anche condurti a sbagliare, l'importante è non fermarsi agli errori. Guai se i magi si fossero fermati dentro la Gerusalemme oppressa dalle tenebre. Chiedono, domandano, ma poi si rimettono in strada, riprendono il cammino. E così arrivano lì dove c'è un segno piccolo, la presenza di un bambino. E anche lì, il loro sguardo deve andare oltre, perché nel segno umile di quel bimbo essi possano leggere la presenza stessa di Dio.

 

4.  L’esplosione della gioia

 

La quarta dimensione del cammino di fede è l'esplosione della gioia: «Al vedere la stella provarono una grandissima gioia», perché non si erano persi, la stella non li aveva abbandonati, aveva permesso che attraversassero le tenebre, ma poi si era fermata su quella casa e i magi ora vedono il bambino, lo adorano, gli offrono i doni che hanno e la loro gioia è straordinaria, è la gioia di chi ha permesso a Dio di fare irruzione nella propria vita, è la gioia di Maria Santissima che accoglie dentro di sé la presenza ospitale del Vangelo: «Rallegrati!».

Facendo irruzione, Dio dà la gioia. Non credete a  quei cristiani che sono sempre tristi o pensosi, un cristiano che non vive nella gioia, è un cristiano che non si è lasciato trovare da Dio. È impossibile che si viva in Dio e non si viva nella gioia. Dio e la gioia sono due aspetti dell'unica realtà, Dio e la tristezza sono incompatibili.

 

Ma il cammino non è finito. Adesso c'è una strada altra: «Per un'altra strada fecero ritorno al loro paese». Non puoi vivere la tua fede su una strada già battuta, adesso ti si apre un altro orizzonte, un'altra dimensione, una strada altra. Come la strada altra che si apre per Salvatore di Bompensiere, una strada altra oltre a quella del sacramento del matrimonio, oltre a quella della sua famiglia, che è la strada che lo ha portato a Dio e attraverso la quale Dio si è reso presente a Lui.

 

Adesso c'è una strada altra che è il diaconato e così, tappa dopo tappa, lui sta seguendo quei segni, si sta avvicinando sempre più a quella Betlemme dove prostrarsi in adorazione vedendo il segno povero di un bambino. In questo cammino, al Lettorato ora si aggiunge l'Accolitato, che gli consente di servire all'altare, di accompagnare i diaconi, di accompagnare i presbiteri, di farsi sempre più vicino alla mangiatoia di Dio che è l'altare, a questa culla dalla quale Egli vive la sua epifania, si manifesta nel Pane di vita come luce delle genti. Salvatore toccherà il Corpo di Cristo, potrà dispensare il Pane eucaristico ai fedeli. È, dunque, una tappa importante, che deve segnare sempre più il suo avvicinarsi all'altare, permettendo a Dio di avvicinarsi ogni giorno di più al suo cuore, fino a prenderne possesso e a trasfigurarlo sostanzialmente nel servo dei suoi fratelli, attraverso l'ordine del Diaconato. Diamo, dunque, lode al Signore per questo nostro fratello che sarà accolto nella Chiesa di Dio, preghiamo per lui e per tutta la Comunità del diaconato e preghiamo per gli aspiranti a questo cammino diaconale, perché la nostra Chiesa possa essere sempre più capace di condurre i cercatori di senso lì dove Dio abita, lì dove Dio si offre ancora Bambino. Sia lodato Gesù Cristo!

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