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Liberi e liberanti

29-06-2014 00:00

Diocesi di Caltanissetta

omelie,

Liberi e liberanti

Liberi e liberanti 50° Sac. Salvatore Carmelo MantioneMilena – chiesa madre, 29 giugno 2014   1.  Libertà dalle catene e dalle paure Carissimi figliol

Liberi e liberanti

 

50° Sac. Salvatore Carmelo Mantione

Milena – chiesa madre, 29 giugno 2014

 

 

 

1.  Libertà dalle catene e dalle paure

 

Carissimi figlioli, stiamo vivendo nella nostra Diocesi giorni di grazia nei quali, insieme al mio carissimo Vicario Generale e alla comunità del Seminario, ci rechiamo in diversi paesi e in diverse comunità parrocchiali perché sono ben dieci i sacerdoti che quest'anno celebrano il 25° o il 50° anniversario della loro ordinazione presbiterale, quindi è un momento di gioia per l'intera comunità diocesana e anche un momento di intimità orante attorno ai diversi sacerdoti che vengono di volta in volta festeggiati.

 

Oggi è la volta di p. Mantione, ma è bello vedere come, in questi giorni, diversi sacerdoti e diaconi, oltre ai seminaristi, cerchino di rendersi presenti nonostante i vari impegni pastorali, proprio per esprimere l'unità del presbiterio attorno al Vescovo, un presbiterio che fa famiglia insieme all'intera famiglia costituita dal santo popolo di Dio che è in questa Chiesa di Caltanissetta. Celebriamo e ricordiamo, dunque, questo 50° anniversario, ma anche tanti di noi sacerdoti qui presenti ricordiamo in questo giorno la nostra ordinazione presbiterale, quindi abbiamo davvero motivo di lodare il Signore.

 

Vorrei riflettere con voi sulla vicenda di Pietro e Paolo raccontata sia nel testo di Atti degli Apostoli che nella lettera di Paolo al suo giovane amico presbitero e vescovo Timoteo (cfr. At 12,1-11; 2Tm 4,6-8.17-18). Sia Pietro che Paolo ringraziano Dio perché sono stati liberati: Pietro dal carcere, Paolo, come dice lui stesso dalla «bocca del leone». E c'è sullo sfondo anche una certa paura in queste due grandi figure di apostoli, paura per la vicenda che stavano attraversando, tanto che l'angelo deve dire a Pietro di non avere paura e Paolo dice poi di essere stato salvato, non solo liberato. Anche il Salmo 33 ci ha ricordato che nella misura in cui abbiamo il coraggio di guardare a Dio crollano le nostre paure.

 

Tutto questo a noi sacerdoti ricorda che noi non siamo esenti da paure. Quante paure! Innanzitutto la paura di rispondere sì al Signore perché non sappiamo dove e per quali vie ci condurrà. Quando Pietro chiede a Gesù: Quo vadis, Domine? "Dove vai, Signore?" è come se avesse paura di un allontanamento di Dio. Quando sempre Pietro, nel cap. 21 del vangelo di Giovanni, si preoccupa del discepolo amato e dice a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?» (Gv 21,21) e Gesù gli risponde: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi» (Gv 21,22), c'è la paura di non sapere dove e per quali vie. Ma questa paura, come la paura del sì, porta noi sacerdoti ad essere uomini interamente consegnati, consegnati all'amore di Dio che, nostro malgrado e con tutte le nostre fragilità, anche quelle permanenti, più o meno visibili, ci ha chiamati, anche se permane in noi, a volte, la paura di questa totale consegna alla volontà di Dio. Ci siamo consegnati al suo amore e alla sua chiamata, però non sempre siamo sciolti dalle nostre catene, liberi, non sempre riusciamo a fuggire da tutte quelle bocche di leone che tentano di assorbirci, eppure per noi sacerdoti è importante essere uomini della libertà interiore.

 

2. Legami che liberano 

 

Questo non vuol dire che noi non dobbiamo tessere legami di amicizia, anzi, nel momento in cui ci facciamo pastori e guide per le anime, nel momento in cui nei confronti di ogni persona che ci chiede di accompagnarla nella fede noi nasciamo alla paternità spirituale, tutto questo crea un  legame, che però non può e non deve essere mai un legame che stringe il nostro cuore, un legame che costringe il nostro cuore ad un unico sguardo, ad un unico abbraccio, perché noi siamo uomini di Dio dal cuore libero e liberante.

 

Se siamo liberi, possiamo aiutare gli altri a liberarsi dalle tante catene interiori. Per questo il sacerdote deve essere libero dalla ricerca del denaro, del successo, della gratificazione, del potere, libero anche dal vincolo della residenza in un posto, perché noi dobbiamo sempre fiorire e portare frutto lì dove la volontà del Signore ci chiama attraverso il Vescovo, un altro uomo molto limitato, molto fragile, ma che può ben interpretare la volontà di Dio per i sacerdoti e per l'intera Chiesa affidata alle sue cure pastorali.

 

Solo se siamo liberi diventiamo liberanti, liberatori, come Pietro che viene liberato e deve fare un doppio cammino, deve uscire dalle pastoie delle carceri e deve ritornare in sé, cioè avere sempre presente e alta la coscienza della sua vocazione, la coscienza di essere pastore della Chiesa e, in questo, la coscienza di non essere mai solo nel cammino.

 

3. In compagnia di un angelo

 

Accanto ad ognuno di noi Dio ha posto un angelo, ma accanto ad ogni sacerdote ha posto un angelo molto speciale, perché - lo dico per me - quello che di buono e di bello io riesco con le mie limitate forze a fare o a dire è certamente l'angelo del Signore che me lo suggerisce, quell'angelo del Signore che mi accompagna e mi dà forza. Quello che di male io compio viene solo dalla mia debolezza e dalla mia umanità, certamente, comunque ognuno di noi sacerdoti ha accanto un angelo speciale. Questo angelo ha cominciato a farsi vedere attraverso il volto di un altro sacerdote che da ragazzi, da giovani, ci ha spinti, ci ha come orientati verso Dio. E quel sacerdote è rimasto per ciascuno di noi come la figura fondamentale, l'angelo a cui dobbiamo il nostro sì, il nostro cammino verso il sacerdozio.

 

Se io guardo la mia vita, vedo tanti angeli che il Signore ha mandato nella mia storia. Uno di essi è qui presente, è qualcuno che non è della nostra Diocesi. è colui che nei primi anni di sacerdozio ha condiviso con me la responsabilità pastorale della parrocchia e che per me è stato un angelo, un richiamo ad amare senza proclamare, a servire senza troppe chiacchiere.

 

In cinquant'anni, p. Mantione, quanti angeli hai avuto! A cominciare dai tuoi fratelli, dalle tue sorelle, da quell'angelo che era tua sorella che qualche anno fa è ritornata in cielo. E poi quante figure di sacerdoti, di confratelli! A volte il nostro angelo assume il volto di un uomo, di una donna, di un giovane, di una famiglia, di una coppia di sposi o di un bambino. Sono tutti volti che ci richiamano alla nostra vocazione, che ci restituiscono al primato del nostro consegnarci con amore e per amore all'amore libero e liberante.

 

Diamo lode al Signore perché in questo modo Lui continua a rendersi presente. C’è davvero da tremare dentro quando Dio si consegna nelle nostre mani e noi siamo Lui quando diciamo: "Ti assolvo dai tuoi peccati"; quando Dio si abbrevia nelle nostre mani in quel pezzo di pane e diciamo: "Prendete e mangiate, è il mio corpo" e lo diciamo del corpo di Cristo, ma lo diciamo anche del nostro corpo e della nostra umanità. Poterlo dire di Cristo e di noi stessi penso che sia il potere e il dono più grande che il Creatore abbia mai potuto concedere ad un umile sua creatura.

 

Noi, pur con i nostri limiti e le nostre fragilità, abbiamo il potere di fare scendere Dio in terra, abbiamo il potere di essere, come Maria, grembo ospitale del Verbo che si fa carne, di Dio che si fa pane. E allora, pregate per noi sacerdoti perché questo potere diventi servizio sempre umile, instancabile, generoso, liberante nei confronti del popolo di Dio. E a te, padre Mantione, io auguro,  come dice San Paolo, di continuare ancora a combattere la buona battaglia, quella della fede, per essere trasfigurazione d'amore di Dio. Sia lodato Gesù Cristo!

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