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Il cuore in gravidanza

27-09-2014 00:00

Diocesi di Caltanissetta

omelie,

Il cuore in gravidanza

Il cuore in gravidanza Ordinazione presbiterale dei diaconiLeandro Giugno e Massimo Guarinonell’11° di episcopato del VescovoCaltanissetta – Cattedral

Il cuore in gravidanza

 

Ordinazione presbiterale dei diaconi

Leandro Giugno e Massimo Guarino

nell’11° di episcopato del Vescovo

Caltanissetta – Cattedrale, 27 settembre 2014

 

 

1.  Fra l’altare e le strade degli uomini

 

Gentili autorità, carissimi figli e fratelli presbiteri e diaconi e amatissimi nostri seminaristi, religiosi e religiose, figlioli tutti convenuti qui nella chiesa madre della nostre chiese, in questa Cattedrale che undici anni fa mi ha visto, per opera di Dio, per opera dello Spirito Santo nascere come vostro padre e fratello; oggi, attraverso il mio ministero, lo Spirito Santo genera ad una spirituale e pastorale paternità, due giovani, Leandro e Massimo, che Dio ha scelto per sé per essere mandati nel mondo a favore degli uomini nelle cose che riguardano Dio, come dice la lettera agli Ebrei (Ebr 5,1).

 

Vedo ancora il portone della nostra Cattedrale spalancato, lo vedo come era undici anni perché volevo che dal tempio si passasse alla strada quasi senza soluzione di continuità, proprio perché il mistero che celebriamo, il mistero che noi siamo già in virtù del battesimo, potesse, come nella visione del profeta Ezechiele, defluire dall'altare alla città, alle strade, fino a bagnare, a fecondare il mondo intero.

 

E nello stesso tempo penso che sia necessario per la Chiesa e, ancor più per noi sacerdoti, che le domande, le inquietudini, le ferite, le lacerazioni, le gioie e le speranze della nostra gente, dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, anche di quelli che approdano nella nostra terra dopo mortali disavventure, che questo loro vivere e soffrire, gioire e sperare, attraverso i sacerdoti venga portato come contenuto dell'oblazione che presentiamo al Signore nella nostra Santa Messa. Solo così noi diveniamo e siamo come un celeste piano inclinato che innalza al cielo i bisogni e le domande, anche le indifferenze e gli smarrimenti degli uomini e delle donne e fa scendere dal cielo verso gli uomini e le donne, le grazie e le misericordie, gli abbracci di speranza di un Dio che non smette di sperare nel nostro ritorno alla dignità di essere uomini e, dunque, figli suoi e fratelli fra di noi.

 

2.  Il profumo di Cristo in mezzo alla folla

 

Carissimi Leandro e Massimo, avete scelto queste pagine della Scrittura ed io ve le consegno come una memoria viva che voi dovete custodire nel cuore. Queste letture devono segnare il vostro cammino di spiritualità personale e comunitaria in seno alla famiglia del nostro presbiterio. Con queste pagine dovete confrontarvi, su queste pagine dovete verificare la vostra crescita umana e spirituale, a queste pagine dovete rispondere anche col sangue ogni giorno, come questa sera vi fate, con gioia e pur trepidando - come ha detto bene don Luciano - risposta stessa di Cristo al Padre: “Ecco, io vengo per fare la tua volontà” (Ebr 10,7).

 

E vorrei partire proprio dal testo del vangelo che avete scelto perché, diversamente dalla chiamata dei primi discepoli negli altri vangeli, dove tutto avviene in un rapporto personalissimo fra Gesù e i chiamati, quasi in una sorta di solitudine, di intimità, come se la chiamata fosse finalizzata esclusivamente alla sequela Christi e alla relazione con Lui o, come si usava dire nel medioevo, alla perfezione personale, in Luca non è così: la chiamata dei primi discepoli non nasce dal bisogno di realizzare se stessi, non nasce neanche dalla buona volontà di voler seguire il Signore e non nasce neppure dal desiderio di Dio di avere uomini in relazione con sé. La vocazione nasce dalla folla, dal bisogno della folla. Luca ambienta la vocazione dei primi discepoli in un quadro di folla che fa ressa su Gesù. Solo due volte nel vangelo Luca usa questo verbo "fare ressa": qui, quando la gente, la folla fa ressa su Gesù per esprimere il bisogno e il desiderio di parole di vita che nutrano di senso l'esistenza; e poi alla fine del vangelo, quando la stessa folla fa ressa gridando: "Crocifiggilo". Ma è questa folla sbandata, piena di desideri e di speranze, questa folla di attese e a volte anche di pretese, che fa nascere in cuore a Gesù la volontà di far diventare quegli uomini pescatori di uomini, di chiamare i discepoli.

 

E dunque, Leandro e Massimo, il vostro sacerdozio non è primariamente per voi, come il battesimo non lo riceviamo per un privilegio personale o per la nostra individuale salvezza, nulla nella Chiesa si riceve a beneficio personale, tanto più il ministero dell'Ordine Sacro. Voi siete chiamati ad essere sacerdoti per il popolo, per la folla, ma sacerdoti di Cristo e sacerdoti col cuore di Cristo. Di fatti, notate il cambiamento che Luca sottolinea: mentre la folla fa ressa attorno a Gesù per ascoltare la Parola perché c'è nel cuore della gente il desiderio di parole che non deludono, non di chiacchiere di politici ma di parole che diano senso alla vita, di parole che facciano costruire la casa dell'esistenza sulla roccia che non crolla dinanzi alle tempeste e alle intemperie, dal canto loro quei pescatori  pensano alla loro barca, pensano soltanto a rassettare le reti. E proprio quei distratti, quei lontani, quegli assenti pescatori, diventeranno gli apostoli. Apostoli che non dovranno avere l'odore della folla, ma il profumo di Cristo in mezzo alla folla.

 

3.  Scavare nel cuore

 

Gesù chiede a Pietro di gettare le reti ed ecco, carissimi fratelli presbiteri, la risposta amara di Pietro: “Signore, avendo faticato tutta la notte, nulla abbiamo preso” (cfr. Lc 5,4). È amara questa risposta, ma è la dichiarazione di verità fatta con la sincerità di chi ha messo in campo tutte le sue energie. Il verbo copiao negli Atti degli Apostoli indica la fatica pastorale. “Avendo faticato”: ce l'abbiamo messa tutta, abbiamo organizzato tutti i progetti pastorali di questo mondo, non ci siamo risparmiati né giorno né notte e “nulla abbiamo preso”.

 

Quante volte, Massimo e Leandro, nelle notti dell'anima e nelle solitudini del cuore, inginocchiati davanti al Crocifisso voi direte: “Avendo faticato, nulla abbiamo preso”. Abbiate il coraggio, non soltanto di dire “nulla abbiamo preso” ma di dire anche nella verità: “Avendo faticato”. E perché “nulla abbiamo preso”? Perché quei pescatori non avevano Gesù nella loro barca, non hanno agito in obbedienza alla Parola, hanno messo in campo solo la loro scienza, le loro conoscenze, la loro competenza e la loro professionalità. Non basta. Il prete non è un mestierante del sacro, non è neanche un teologo, non è uno scienziato, non è un professionista della liturgia, non è un architetto di strategie pastorali. Il prete è un uomo che, come Geremia, ha sentito di essere stato violentato da Dio, il verbo pth (?), altro che seduzione fascinosa, dice violenza, dice abuso. Geremia è profeta e sacerdote e dichiara a Dio, in quella notte oscura della sua anima: tu hai abusato di me, mi hai fatto violenza, ma io ho accettato, ho accettato la tua violenza.

 

Quante volte viene la tentazione di dire: chi me l'ha fatto fare? Non penserò più a Lui, anni e anni di fatica e a volte la nostra gente sembra insensibile e impermeabile. Eppure dentro di me c'era come un martello che frantuma la pietra, come un fuoco divorante, dice Geremia.

 

E Gesù dice a Pietro: «Prendi il largo» (Lc 5,4). San Girolamo traduce duc in altum: "Prendi il largo e vai in alto". Ma il testo greco di Luca usa il termine bathòs, che vuol dire "profondità". Gesù dice a Pietro: “Vai in profondità, scava nel tuo cuore”. Non si può essere sacerdoti distratti, superficiali. Bisogna andare in profondità, scavare nel proprio cuore per scavare nel cuore di Dio. Solo così possiamo scavare nel cuore della nostra gente.

 

Questo significa anche piegare il cervello a studiare per capire il “verso dove” della storia, per capire le anime a voi affidate, significa piegare le ginocchia per implorare, invocare grazia e misericordia, significa scavare nelle proprie mani perché portino sempre l'odore del crisma, di Cristo, che voi questa sera dalle mie mani riceverete, scavare nel proprio agire, nel proprio pensare, nel proprio parlare, andare in profondità. E allora, epì to rèmati sou, “sulla tua parola…”, che per me è un'esperienza, non è logos, è rema, è l'esperienza, l'evento, “sull'evento che è la tua Parola io getterò le reti” (cfr. Lc 5,5).

 

4.  Profondità e pienezza

 

Carissimi Massimo e Leandro, con voi due si allarga la fraternità del nostro presbiterio e i confratelli presbiteri vi accoglieranno con il gesto dell'imposizione delle mani che non è un gesto di consacrazione, altrimenti i preti potrebbero consacrare senza bisogno del Vescovo, è solo un gesto di accoglienza nel presbiterio. Voi entrate in questa famiglia perché non dovete essere condottieri solitari del Vangelo, ma espressione di questa famiglia e qui dovete portare l'entusiasmo della vostra giovinezza, la freschezza del vostro sì, il profumo del vostro crisma. E dovete portare la gioia, l'abbraccio della misericordia di Dio, dovete aiutarci ad andare sempre più in profondità in noi stessi, nel nostro cuore, nel nostro ministero, perché insieme andiamo incontro alla folla, nella consapevolezza di doverci inginocchiare senza paura davanti a Dio e al nostro popolo, dicendo: ego eimi o amartolòs, “Signore, io sono uno che vive lontano da te” (cfr. Lc 5,8).

 

Sì, tante volte non riusciamo a portarvi a Dio, carissimi figlioli, perché anche il nostro cuore può correre il rischio di essere lontano dal Signore, pur avendo tra le mani il suo corpo, pur annunciando la sua parola, il nostro cuore può essere lontano.

 

Non abbiate paura di dichiarare le vostre fragilità al Signore, non abbiate paura di confessare il vostro fallimento ai confratelli, al Vescovo, e insieme ci aiutiamo, ci ricomponiamo come famiglia. Allora Gesù dirà: non abbiate paura, d'ora in poi sarete pescatori di uomini, pescatori di uomini, sarete pescatori di uomini.

 

Ma il verbo zagrein, che usa Luca, in greco vuol dire: d'ora in poi salverete quelli che stanno lottando in una battaglia e sono i sopravvissuti. Voi dovete salvare i sopravvissuti di quest'umanità, dovete, con Cristo, cercare ciò che era perduto, sanare ciò che è malato, dovete pescare, pescare al centro della vita e restituire alla grazia di Dio chi è sfinito nella battaglia dell'esistenza. Così le vostre reti si riempiranno e si riempirà la barca della Chiesa.

 

E qui c'è un altro verbo che io vi consegno e consegno ai fratelli sacerdoti e diaconi e a tutto il popolo di Dio. è un verbo che Luca usa due volte nel vangelo: in questo brano, quando dice che le barche “si riempirono” di pesci e nel racconto dell'annunciazione a Maria, quando l'angelo dice: concepirai e partorirai un figlio. In realtà, il testo dice: il tuo ventre “sarà riempito” di un figlio.

 

Leandro e Massimo, se vivrete il vostro ministero nella pienezza della vostra umanità, nella piena unione con Cristo, in obbedienza della sua Parola di cui siete chiamati sempre a fare esperienza, allora riempirete la barca della Chiesa come si è riempito il grembo di Maria. E possa Maria Santissima, madre dei sacerdoti, mantenere il vostro cuore sempre in gravidanza, sempre pieno, per partorire alla Chiesa nuovi figli, perché abbiamo bisogno davvero di reti piene, di barche piene, di cuori pieni di Dio. E San Michele vi protegga, vi aiuti e vi sostenga nella lotta per essere sempre uomini di Dio in mezzo agli uomini e alle donne. E così sia!

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